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| 01 dic 2017 | 11:06

A 13 anni dalla scomparsa, Cimone celebra e ricorda Luigi 'Gino' Veronelli, cultore del vino per eccellenza

Gino Veronelli era particolarmente legato al borgo vitato abbarbicato sull'irto versante bondonero, una vocazione vitivinicola grazie a caparbi contadini. Un personaggio poliedrico, decisamente 'fuori schema', assolutamente schietto. Proprio come il miglior vino

Da sinistra Nereo Pederzolli e Luigi 'Gino' Veronelli

CIMONE. All’ombra del Bondone, il paese ritaglia uno squarcio di luce dedicata al cultore enoico per eccellenza: Luigi 'Gino' Veronelli. Lo celebra a 13 anni dalla morte, con una targa ricordo tra i filari (sgrebeni) battuti dalla prima neve, cippo riservato ad un personaggio poliedrico, decisamente 'fuori schema', assolutamente schietto. Proprio come il miglior vino.

 

Gino Veronelli era particolarmente legato al minuscolo borgo vitato abbarbicato sull'irto versante bondonero. Cimone, paese della nave (la Barcaròla, ogni cinque lustri, l’inconsueta sfilata in omaggio agli emigranti verso l’America) ma pure una vocazione vitivinicola grazie a caparbi contadini.

 

E all'arguzia di Francesco Spagnolli, per tutti il 'professore', un passato da insegnante di chimica enologica alla scuola di San Michele all’Adige, grandissimo esperto di 'bollicine', arguto degustatore, instancabile animatore di convivialità strapaesane, di abbuffate a base di selvaggina, ma soprattutto uno dei migliori amici del grande Gino Veronelli.

 

"Con Gino ho forgiato la mia cultura enologica. Assieme abbiamo scrutato vigneti, scartato vini, osannato la fatica dei vignaioli, rispettato la terra. Dando dignità culturale ai prodotti, specialmente quelli più veri. Dovevo fare questa piccola rievocazione. E’ stato lui che mia ha suggerito tempi e modi del vino. E ancora grazie a lui, ora, cerco di trasferirli a mio figlio Alvise". Il 'Franz' – come gli amici cantinieri chiamano Francesco Spagnolli – è commosso e nel contempo orgoglioso di poter vantare (trasmettere) i valori veronelliani.

 

"Un brindisi, come Gino fosse ancora presente alla degustazione. Non vogliamo rievocare solo ricordi; chiediamo azioni, auspichiamo che certi suoi insegnamenti vengano messi in pratica".

 

Così tra bottiglie di spumante stappate alla ‘volèe’, salumi nostrani, formaggio di malga (solandra) e croccantissimi ‘tortei de patate‘ – preparati per l’occasione nientemeno che dalla Confraternita di questa squisitezza a base di patate – cantinieri, enologi, il curatore dell’Archivio Veronelli, Arturo Rota, appassionati del buon vino (da Mauro Lunelli, patron di Ferrari, a Mario Pojer, Salvatore Maule, ma anche Bepi Casagrande e Enzo Merz) ecco che si riflette sulle prolusioni di Francesco e di Alvise Spagnolli, mentre sui telefonini compaiono foto e momenti condivisi con Gino.

 

Si ricordano allievi purtroppo prematuramente scomparsi, primo fra tutti Francesco Arrigoni, forse il più autentico interprete dell’insegnamenti del cosiddetto ‘Seminario Veronelli’. Libri, pagine di storia enologica, aneddoti e altre foto. Come il fotogramma di un’intervista che ho fatto negli spazi del Centro sociale Leoncavallo di Milano, edizione de ‘La terra trema’, salone del vino alternativo ideato proprio da Veronelli, l’ultima che ha visto presente il ‘Vate enoico’, fine 2003.

 

Gran conoscitore di tutto il mondo del buon bere e della cultura del cibo, il primo – con Mario Soldati e Ave Ninchi - a portare in TV momenti di educazione sensoriale, Veronelli è stato il Maestro di tutti i critici enogastronomici. Uno che non aveva mezzi termini, ma che nutriva grande attenzione alle vinificazioni artigianali delle Dolomiti. Attenzione e altrettanta dissacrazione. ‘Salvando’ solo quanti nel vino ‘mettevano l’anima’ piuttosto che la tecnica.

 

Ma cosa direbbe oggi, Veronelli, della situazione vino in Trentino? La produzione si è sicuramente sforbiciata. Sono emerse alcune eccellenze da lui individuate a suo tempo, ma altre hanno preso una via che porta alla massificazione, all’omologazione. Come la massiccia produzione di pinot grigio. Che riesce a convincere solo il mercato più redditizio, ma snatura la territorialità trentina. Non sarebbe felice – ribadisce con un certo scoramento Francesco Spagnolli. Ma che fare per il futuro? Adottare insegnamenti veronelliani, abbassare le rese per ettaro, dare ‘anima’ ai vini, rispettando le fatiche dei vignaioli, senza però cercare assurde contrapposizioni con valide esperienze imprenditoriali.

 

"Tutti devono capire che il vino nasce anzitutto in vigna. Ogni contadino viticoltore dovrebbe capirlo, indipendentemente se conferisce alla cantina sociale o vinifica in proprio’. Monito indiscutibile, che comunque è alla base di precise scelte e strategie aziendali, indipendentemente dalle dimensioni della cantina". Del resto è celebre una delle frasi che Veronelli ha dedicato alla vinificazione: 'la vita è troppo breve per bere vini cattivi'. Prosit.

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